ANTI-ANTS!

Sono da poco tornata dalla città-luce, dove ero andata per godermi un po’ di svago meritato. Eppure la luce ci inganna e distorce le nostre prospettive catturando l’attenzione generale.
Guardando le luci possiamo esimerci dal guardare noi stessi e gli altri.
Se le luci si spengono o, meglio, l’intelletto si riaccende, ci ritroviamo immersi in un mare di noi che solo la città è in grado di rappresentare. L’uomo urbano formicola sui suoi simili senza nemmeno avere la grazia di sfregare le antenne con loro in segno di rispetto e saluto. “Io ti vedo.” direbbero i Navii.
Noi non ci vediamo più gli uni con gli altri. Ci sfioriamo e passiamo oltre facendo finta di niente, certi che non ci importi di quanto è altro da noi. Sicuri del fatto che non ne avremo mai bisogno.
Gli altri ci servono solo nella misura in cui possiamo usarli come metro di paragone per ciò che possediamo e ciò che vorremmo possedere.
Un fiume di formiche impazzite che infesta una cantina umida e maleodorante, che la fa a pezzi cercando di farsi strada verso qualcosa che non sa e che, in fondo in fondo, non gli importa.
Vedere tutto, mangiare tutto, bere tutto, usare tutto e tutti.
La città, custode del tempo che passa, fiera di portare i suoi segni, ci tollera solo perché non può fare altrimenti e perché è sicura che moriremo tutti, inevitabilmente. Che ognuno di noi lascerà il suo percorso ansiogeno ad un altro volto sempre identico. L’architettura sembra dirci con condiscendenza che si, possiamo camminare, correre su noi stessi, ma che non raggiungeremo mai la verità. Gli edifici ci guardano con gli occhi stanchi e rassegnati di chi ormai ha visto troppo, ma non può decidere di non guardare. Ci vedono come noi vediamo i batteri: invadenti, utili ma molto più spesso dannosi, opportunisti e indebellabili.
Voglio diventare un palazzo. Solido, intaccabile ma indistruttibile. Superiore agli eventi esterni. Sollevato da ogni responsabilità in merito a dove l’umanità stia andando. Il nirvana senza tempo del cemento, dell’acciaio, della pietra.
Invece sono una formica che ogni tanto si ricorda di non essere cieca e, nonostante l’abbaglio d’una luminosa superficialità, aspettando che le macchie rosse si assorbano riesco a rendermi conto del brulichio che mi circonda. Le mie ignare compagne forse condividono a tratti i miei sospetti, ma non ne vedo traccia sui loro volti mentre mi aggiro in the city of blinding lights.
Non so più se siano le luci ad essere accecanti oppure i nostri occhi, le nostre menti, ad essere troppo tentate dal conforto della cecità.
Io voglio vivere con gli occhi aperti.

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Commenti: 10
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