Giving in

Per la prima volta dopo tanto, tantissimo tempo ho di nuovo voglia di farmi del male. Perché il dolore si affronta meglio fuori che dentro, perché quello che senti non può guarire, perché il corpo supera mentre la mente rivive all’infinito.

La privazione, l’ingiustizia, l’inutilità non posso più tollerarle dentro di me.

Voglio vederle e curarle una volta che sarò riuscita ad esprimerle fuori da me.

Non è più il turbamento della mia quiete che mi ferisce. A quello, dopo una vita, mi sono abituata. Non ho più paura che le mie debolezze possano, un giorno, chiedermi il conto. Ho una rata quotidiana che pago in silenzio ritirandomi in quel cancro, in quel cristallo isolato e contenuto che ho riservato a tutto il mio dolore. Ho dato dei confini al mio male di vivere, perché la vita è una e non lascerò che nulla possa rovinarla, eccetto le mie scelte consapevoli.

Quello che è arrivato, con il tempo, a lacerarmi è il dolore degli altri. Ma non quello che si portano dentro, che in fondo è tale e quale a quello che mi porto dentro io (per quanto gestito in modo vario ed eventuale).

A turbarmi è l’essere testimone dello scambio del dolore che avviene tra gli esseri umani. È quello che le persone scelgono di fare – o fanno – le une alle altre che ha la meglio sulla mia razionalità. Che mi fa girare la testa. Che non mi fa respirare. Che mi fa pregare di restare, per un attimo, completamente sola al mondo.

Cerco l’isolamento nelle parole di scrittori migliori di me. Nelle voci di altri che sanno cantare quello che provo. Nel buio e nell’infinitamente piccolo. In attesa che la tempesta passi, nella speranza di riuscire a ritrovare l’equilibrio che mi consenta di far appoggiare di nuovo qualcuno – chiunque – a questo forte e grande corpo, a queste braccia, a questo infinito che ho dentro.

Non penso mai a ciò che resterà di me e, passata la tempesta, mi importa anche poco di cosa ne sarà di coloro che scelgo di sostenere. Da sempre sono brava solo nella risposta immediata. Per il resto, che ognuno pensi per se stesso. Non ho figli, non sono la madre di nessuno.

Forse non sono nemmeno l’amica di nessuno.

Sono solo una persona che, se ce la fa, prova a tenerti mentre vai a fondo. E dopo un piccolo recupero, avanti un altro!

Ho i miei limiti, più di questo non sono in grado di fare.

Sono una persona pigra, arrogante e viziata, non potete aspettarvi altro da me.

Ma poi penso a te, a come tu mi vedi. E rinasco. E ho l’illusione di essere migliore di come in realtà sono. E vedo la persona che sarei in un mondo perfetto.

Ma nulla è perfetto e l’illusione sfuma in un secondo, col grido muto d’aiuto di un nuovo miserabile.

Lo sai, ho una missione da compiere.

Ma tu sei il mio balsamo, sei i confini del mio dolore, sei quello che mi salva dall’obliterazione completa di me. E forse nemmeno lo sai.

Sarebbe un peso troppo grande da farti portare (deformazione professionale!).

Il solo fatto che tu esista mi salva ogni giorno da me stessa e mi fa continuare ad avere voglia di essere esattamente quello che tu vedi in me. A volte credo che tutto possa essere vero. Nella solitudine ti ho accanto. Solo tu resti di questo mondo vuoto. In questo spazio che rimbomba.

Sei accanto a me, in silenzio, ad ogni passo.

E, a volte, riesco a vedermi attraverso i tuoi occhi.

E mi innamoro di me.

Scrivi commento

Commenti: 0