This is NOT Grey's Anatomy

Alle volte la vita ci passa davanti quasi come se non ci appartenesse e ci ritroviamo a chiederci se la responsabilità delle scelte che determinano le circostanze in cui ci troviamo sia, effettivamente, proprio nostra.

In certi frangenti lo squilibrio che sperimentiamo ci autorizza a pensare che la gestione consapevole delle decisioni sia al di fuori della nostra portata.

In effetti sarebbe comodo.

Sarebbe confortante poter credere di essere accidentali personaggi di una storia già scritta – da altri – più grande di noi.

Ci alleggerirebbe del peso di dover compiere – o di aver compiuto – determinati passi in una direzione o nell’altra.

In fin dei conti il mondo si sta avvitando in un vorticoso viaggio, maldestro, verso la deresponsabilizzazione. Quindi perché noi dovremmo essere immuni da tale magnetica tendenza?

I nostri genitori ci hanno cresciuti diversamente. Hanno provato a insegnarci l’equivalente morale del terzo principio della dinamica. Ci hanno dato gli strumenti necessari per provare ad arginare le conseguenze del dolo e della leggerezza.

Ma per quelli di noi che ritengono di aver subito passivamente dei soprusi che li hanno segnati, in un momento in cui gli strumenti suddetti non erano ancora affilati, esiste una scusante?

È tutto necessariamente bianco o nero o possiamo avvalerci di una gamma più piena per poter dare una sfumatura ai nostri falli?

Forse ci siamo talmente induriti nella convinzione di non poter far fronte alle offensive esterne che tendiamo a giustificarci non solo più del necessario, ma addirittura oltre il lecito, con il rischio di diventare i peggiori detrattori di noi stessi. I nostri peggiori nemici.

Ci ribelliamo inconsciamente alla felicità perché pensiamo di non meritarla? Amiamo credere di essere più complessi di come effettivamente siamo? Ci complichiamo la vita per poter provare ai noi stessi le nostre infinite, innate capacità di adattamento?

Forse, ma continuo a credere che sia troppo semplicistico, che sia un altro escamotage per cedere alla tentazione di nasconderci dietro un dito.

La realtà è che non c’è nessun geniale sceneggiatore che scriva chi siamo, cosa dobbiamo dire, che definisca e incaselli i nostri gesti ricorrenti per caratterizzarci al meglio così che gli spettatori possano essere confortati dalla prevedibilità della nostra – pur complessa –  sovrastruttura.

“Datemi la verità” ripeteva ieri sera Alexander Supertramp, parafrasando Thoreau.

E la verità è, né più né meno, quel nocciolo di consapevolezza che resta una volta che ci siamo spogliati di noi stessi.

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