DELIRIUM FRANCISCAE

Non sono granché ispirata stasera. Forse anche perché la monomano mi rallenta… Però continua ad assillarmi la riflessione sul “desiderio” inteso come volontà di ottenere qualcosa di concreto sul piano material-intellettuale.

Per meglio dire, ho la mente intasata nel tentativo di arrivare a capo d’un dubbio psicanalitico di una certa banalità: quanto ciò che vogliamo è davvero quello che vogliamo e quanto invece è quello che pensiamo di volere?

Interrogativo un po’ del cazzo, direte voi.

Certo! Però resta il fatto che l’interrogativo permane in me, in attesa di chiarimento.

Una delle persone che mi conoscono meglio al mondo sostiene che io passi troppo tempo a pensare.

Forse è vero. Vi basti sapere – e chi mi conosce lo sa – che parlo moltissimo, e tutto il tempo sottratto alla conversazione-pontificazione-monologo lo trascorro dentro di me, persa in pensieri di natura molteplice e altezza variabile.

Insomma, penso un sacco. In macchina, a letto, in bagno, perfino mentre leggo (ah, le rogne del moderno multi-tasking!).

E agli interrogativi banali riservo, molto democraticamente, lo stesso spazio che dedico agli altri. Tanto la mente è infinita…

Perciò “qua sto”, a riflettere se quello che vogliamo lo vogliamo perché lo vogliamo o perché pensiamo di volerlo. Perché ci convinciamo che sarebbe meglio (ma poi, meglio di che?!); perché il solo pensiero di poterlo avere ci fa avere di noi un' immagine migliore (come sopra, sic!); perché pensiamo di meritarci qualcosa (?); forse solo perché abbiamo un estremo bisogno di novità. O di punire noi stessi per qualcosa che pensiamo di non meritare fino in fondo? O di punire qualcun altro?

Ogni ulteriore domanda (vedi sopra), come negli schemi con le frecce, porta a un percorso conseguente che genererà una serie di altre domande che si svilupperanno in parallelo a quelle delle altre serie. Chiaro? Spero di si, perché sono pigra e allegare un disegno o –  peggio – un grafico mi fa troppa fatica!

Già a questo punto il caos è monumentale, quindi occorre operare una scelta ragionata e sincera per decidere quale percorso di indagine sia il più appropriato a noi.

Eh…

Brava, mi direte. Fosse così facile…

Allora che si fa? Ne scegliamo uno a caso? Magari due per essere più sicuri?

Qui mi limiterò a scegliere il primo, il più neutro – ché, perfino io, ho uno straccio di riservatezza di default.

Allora: Vogliamo qualcosa (o pensiamo di volerla) perché sarebbe meglio di quello che abbiamo.

Bene.

Ora però dobbiamo analizzare quello che effettivamente abbiamo (o – attenzione! – quello che pesiamo di avere…). Altro lavoro di proporzioni scoraggianti. Da qui l’interrogativo fa un doppio carpiato, perché a questo punto stiamo ragionando su quattro piani ideali: quello che abbiamo (qca), quello che pensiamo di avere (qcpda), quello che vogliamo (qcv) e quello che pensiamo di volere (qcpdv).

Sempre meglio, insomma!

A questo punto possiamo agevolmente eliminare qca, perché tanto dentro di noi – parliamoci chiaro – non c’è posto per l’oggettività. Non a queste profondità. Perciò partiamo da qcpda e analizziamolo con più consapevolezza possibile.

Abbiamo il nostro punto di partenza.

Adesso pensiamo a qcv e qcpdv e cerchiamo, con un’attenta analisi interiore, senza prenderci per il culo – per quanto possibile – di comprendere se il nostro “desiderio” esista in quanto tale o se in realtà non stia piuttosto celando agli occhi della nostra mente una questione di altra natura (che, chiaramente, è legata a doppio filo alla domanda che abbiamo scelto. Nel nostro caso: “perché sarebbe meglio?” potrebbe voler dire che siamo, in fondo, insoddisfatti di quello che abbiamo e il cambiamento ci aiuterebbe a non affrontare i problemi concreti di una realtà oppressiva. Così, per dire…).

Ora, mettiamo che dopo un attento ponderare arriviamo a una conclusione che si regga in piedi.

Oh! Bene!

Manco per il cazzo!

E sapete perché?

Perché abbiamo sbagliato in partenza.

Perché per arrivare a una conclusione sensata dobbiamo partire, per lo meno, da assunti inattaccabili.

E noi da dove siamo partiti?!?!

Da “quello che pensiamo di avere”! Gnèèè! Sbagliato!

Dovevamo partire da “quello che abbiamo”!

Cosa impossibile, perché siamo esseri umani incapaci di un' oggettività intima e radicale.

Ora mi direte che basterebbe chiedere un consiglio, il parere di un amico…

Nemmeno per idea!

L’amico può aiutarci a chiarire l’ordine dei nostri pensieri, non la loro natura. E deve essere un  ottimo amico, che sia capace di non proiettare su di noi la propria soggettività, sennò siamo del gatto (ma non infognamoci proprio ora)!

La verità è che tutto questo ragionamento non è servito a niente. Inutile! Risiamo daccapo! E non servirà mai a nulla, non importa il numero dei tentativi.

Unica conclusione degna di nota: l’autoanalisi è una totale fregnaccia!

Oh!

Grazie a tutti…

 

Poi mi chiedono perché sono stanca… Viveteci voi tutti i giorni così! :)

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