THERE IS NO SUCH THING AS ADULTHOOD (AKA "THE MADE-UP GROWN-UP")

“Quando sarai grande, potrai farlo anche tu”, “No, questo è il tavolo dei grandi…”, “SOLO PER ADULTI”, e via così.

Quante volte, da bambini, ci è stato propinato il concetto di “età adulta” come quel limite invalicabile che ci impediva di fare un numero n di cose, con la promessa implicita che – un giorno – anche noi saremmo stati padroni di noi stessi?

E per la serie “le cazzate che si dicono (e che, alas, si scoprono troppo tardi come tali) alla prole”, ecco a voi: ADULTO!

Una parola vuota, completamente priva di un significato reale riservato soltanto al suo scomodo opposto (non-adulto). Il negativo definisce quello che NON sei, mentre il positivo, di ciò che sei, non dice niente.

È una baggianata colossale! “Crescere” non significa “diventare adulti”, significa – più che altro – trovare se stessi in un senso – più o meno – profondo. Capire qual è il nostro carattere e come reagiamo di fronte alle sfide che la vita ci mette di fronte.

Ci sono persone anagraficamente avanti con l’età che a questo non arriveranno mai e bambini di otto anni che possono insegnare almeno una cosa a chiunque di noi, per dire…

L’essere “figli” non significa essere meno “adulti” di quegli “adulti” che si spacciavano per modelli infallibili con noi “bambini”. Che sorpresa scoprire un giorno che, a maturazione avvenuta, siamo molto più “adulti” di tutti quegli “adulti” che hanno costellato la nostra infanzia. Ora comprendiamo, grazie a una nuova luce, le loro scelte sciocche (o meglio, la sciocchezza delle loro scelte) perché nessun confine fittizio ci separa più.

Li guardiamo dall’alto e – inevitabilmente – ci ritroviamo a pensare “Ma checcazz…” mentre li osserviamo andare avanti e fare cose per inerzia, e ritrovarsi in situazioni, e barcamenarsi nella melma delle responsabilità, senza nemmeno una vaga idea di dove andranno a finire. Sono trentenni. Come noi. E hanno noi, per volontà o meno, pazzi gioiosi inconsapevoli.

E noi che pensavamo che nei loro piani ci fosse una logica, perché loro sono “i genitori”, e ci rendiamo conto che se i nostri figli infanti ci vedessero dentro adesso non vedrebbero null’altro che la cocente delusione della nostra attuale scoperta! Non perché non amiamo i nostri vecchi, ma perché sono loro che hanno contribuito a creare in noi l’aspettativa che fossero esseri superiori, con l’esperienza, le risposte, la consapevolezza.

E ci siamo ritrovati a vederli per ciò che sono, tutti loro (come tutti noi) chi più chi meno, poveri mammiferi cresciuti che si avvitano su se stessi per cercare di capire come fare ad andare avanti. Ognuno coi difetti che aveva a trent’anni, con gli stessi pregi, gli stessi riflessi, le stesse fisse, gli stessi gusti, lo stesso carattere, le stesse reazioni, la stessa forma di quei trent’anni.

Gli stessi sbagli.

Chi è ADULTO ora?

 

Scrivi commento

Commenti: 0