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Questo link vi rimanda al mio blog di viaggio, che ho iniziato una volta arrivata in Nuova Zelanda.

E NON SARAI MAI UN'EMOZIONE DA POCO

 

Ieri sera ho visto un bel concerto. Un concerto che avevo voglia di vedere. Di quelli che vedrei sempre, tutti i giorni. E mentre, prima che si aprissero le danze, spiegavo a un nuovo amico il perché di questa passione costante di fondo per il gruppo che stava per esibirsi, mi sono resa conto di una serie di cose su di me.

Perché, vedete, il motivo che mi spinge verso gli Offlaga Disco Pax è, fondamentalmente, unico: l’espressione di una realtà condivisibile in un modo opposto a quello che so usare io. La capacità di condensare in una manciata di parole tutto quello che c’è da dire perché chi ascolta possa capire dovecomequandoperché. Talento del quale, come potete leggere, io sono del tutto sprovvista.

Attenzione, la mia non è una confessione di inettitudine. Sono soddisfatta del modo che ho di comunicare non solo perché lo trovo efficace, ma perché è mio.

Solo che il confronto con l’Altro (che tanto e sempre mi è caro) in un certo qual modo mi legittima nell’essere me, facendomi confidare nel fatto che è la differenza a muovere le cose.

 

Ieri, verso le sei, mi sentivo un po’ una groupie fuori luogo… Dovete sapere che non è nel mio carattere manifestare la mia presenza a quelli che considero personaggi pubblici. Mi spiego meglio: il fatto che io abbia con loro un rapporto personale e privato del tutto a senso unico non mi giustifica nell’invadere quella che è la loro realtà di persone. Come sempre non riesco a essere molto chiara.

Eppure ieri la situazione era diversa. Avevo la possibilità di sgattaiolare rilassata nelle pieghe del confine tra pubblico e privato. Così, con una spintarella da parte di un’amica, alla fine ci sono riuscita: ho conosciuto l’uomo dietro la mente dietro la penna di quei testi che mi fanno sentire me fuori da me.

E, affatto sorpresa, ho trovato che la persona dietro il personaggio era l’esatta personificazione del mio amico immaginario, di quell’entità che parlava a me tra le centinaia, eppure a me soltanto.

Come sarebbe potuto essere altrimenti, con una persona che scrive testi così?

 

Insomma, ieri è stata una giornata indimenticabile e me la porterò nel cuore, perché per quanto siamo intricati, disillusi e disagiati, a volte le cose sono proprio come sembrano.

 

Grazie Max.

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TIME IS FLEETING! / IS TIME FLEETING?

Questo verso del “Time Warp” mi ossessiona da un paio di giorni almeno. Sto pensando moltissimo in questo periodo, in special modo al tempo, al suo trascorrere e al suo essere trascorso. Vonnegut, dalla sua, mi autorizza a sentirmi rasserenata dal fatto che, su Tralfamadore, il tempo non ha la stessa incidenza che qui. Su Tralfamadore la morte non esiste. Su Tralfamadore è tutto diverso…

 

“La cosa più importante che ho imparato su Tralfamadore è che quando una persona muore sembra solamente che sia morta. È sempre viva e vegeta nel passato, quindi è molto sciocco che la gente pianga al suo funerale. Tutti gli istanti passati, presenti e futuri sono sempre esistiti ed esisteranno per sempre. I Tralfamadoriani possono guardare tutti i diversi istanti come noi guardiamo un tratto delle montagne rocciose, per esempio. Possono vedere quanto ogni istante sia permanente e possono osservare qualunque istante interessi loro. È solo un’illusione che abbiamo qui sulla terra, quella che un istante si succeda all’altro, come perline su un filo, e che una volta che un istante è passato se n’è andato per sempre.

Quando un Tralfamadoriano vede un cadavere, pensa solo che il morto sia in pessime condizioni in quel preciso istante, ma che la stessa persona sta in effetti bene in un sacco di altri istanti. Ora, quando sento che qualcuno è morto, non faccio altro che stringermi nelle spalle e dire quello che i Tralfamadoriani dicono dei morti, ovvero “Tant’è”.”

 

Ciò che definisce il nostro universo è la percezione che abbiamo di esso. Parliamo spesso di verità oggettive convincendoci davvero che ne esistano. Eppure tutto è soggettivo, per quanto molti fenomeni possano essere concretamente sperimentati dalla maggioranza delle persone. Magari si potrebbe sostituire oggettivo con globalmente soggettivo, così, per rendere l’idea.

 

Recentemente facevo un esempio a un’amica, al telefono: da piccola hanno provato a spiegarmi, a farmi capire, che l’universo è infinito. La prima immagine che ho visualizzato nel mio cervello di bambina è stata quella di una piccola astronave che, perforata fumettisticamente l’atmosfera terreste, si ritrova in questo spazio nero pieno di stelle. E vola-vola-vola-vola fino ad arrivare a un’altra membrana sferica (una specie di atmosfera dell’universo), la perfora ed entra in un secondo universo tutto giallo. E vola-vola-vola-vola fino ad arrivare a un’altra membrana sferica (una specie di atmosfera dell’universo), la perfora ed entra in un secondo universo tutto rosso. E vola-vola-vola-vola……..

Ora potrei andare avanti all’infinito (ah-ah-ah) fino ad esaurimento sfumature universali, ma quello che si evince in modo chiaro da questo aneddoto è che la mia mente di bambina non aveva esattamente afferrato il concetto di “infinito”.

 

Tutto questo per dire che non necessariamente la mia mente di adulta lo ha fatto. Ho, per dirla tutta, smesso di provare e accettato la definizione senza ulteriori indugi. Perché? Perché non sono progettata per comprendere l’infinito. L’infinito non fa parte di me. Posso provare a intuirlo, come qualcosa che sfugge alla mia percezione, ma che esiste al di fuori dei miei sistemi di riferimento.

Però non posso, oggettivamente, convincermi di aver compreso di che cosa stiamo parlando.

Sono nata finita, in un mondo finito, da genitori finiti. Sto vivendo una vita finita, in spazi finiti, in tempi finiti e definiti.

Cosa mai potrei comprendere dell’infinito, se non ne ho esperienza? Sarebbe come chiedere a un cieco (non mi rompete il cazzo con la storia del “non vedente” – mi offenderei moltissimo, se fossi cieca, ad essere definita da un participio presente preceduto da un avverbio di negazione) che cos’è il rosso. Magari può intuirlo, ma non lo saprà mai.

 

Quindi non dovremmo affannarci nel tentativo di spiegare a noi stessi l’inspiegabile – o calcificarci nella convinzione che la nostra percezione faccia della natura di una cosa la sua natura oggettiva.

Sono tutte cazzate, perché poi arriva uno di Tralfamadore su un disco volante e ti sbugiarda.

Ti sbugiarda se ti va bene! Perché se ti va male, e sei già calcificato e inflessibile nella tua incredulità, non solo non cambierà il tuo modo di vedere il tempo, ma non vedrai nemmeno il disco volante.

 

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MOTHER GO MAKE MY BED, MAKE IT LONG AND NARROW

La vita non è come dice la canzone. Non esiste “Cime tempestose” (direbbe Purslane “qualunque idiota lo sa che i libri sono migliori della vita ed è per questo che sono libri!”), nessuno ci seppellirà l’una accanto all’altro cosicché possiamo amarci nell’aldilà nel caso questa vita non ci avesse concesso spazio o tempo sufficiente.

Tutto il chiasso fatto intorno a “vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo” per me non ha mai significato “ricordati che devi morire e corri perché sennò non fai in tempo”, ma semmai che ogni cosa che vorremmo fare o che sentiamo di dover fare la dobbiamo fare nello spazio di questa vita. Perché non ce ne sono altre – o, se ci sono, nulla hanno a che vedere con qui e ora – e, il più delle volte, l’occasione di fare quello che vorremmo in quel dato istante non si ripete – ahiahiahi Democrito, avessi detto! – ANZI, siamo già fortunati che si sia presentata.

Ci vogliono il coraggio di sbagliare e l’orgoglio di difendere le proprie scelte. Dobbiamo correre dei rischi per prenderci ciò che vogliamo, perché non è vero che se ce ne stiamo buoni il “babbo grande” ci ricompenserà per la nostra inedia. Non si può vivere d’aria e bisogna assecondare i propri desideri.

Ovviamente ci sono una serie di norme ‘buonsensuali’ di base, ma non starei qui a spiegarmi, che ci siamo capiti.

Una precisazione la devo fare però: ho parlato di buonsenso, non di educazione civica. Sennò non ne usciamo vivi!

Abbiamo una vita sola, spesso – sempre! – troppo breve per renderci conto in tempo di tutto il tempo buttato via per cercare di corrispondere all’immagine che qualcun altro ha di noi. Non è per cattiveria che dico che gli altri non contano, in materia di scelte. È la pura verità. Se scegliamo di farli contare è perché NOI vogliamo che abbiano un peso (o, più spesso, cerchiamo qualcuno da incolpare per la nostra natura pusillanime).

Siamo liberi e siamo egoisti: prima ce ne rendiamo conto, meglio è…

 

Mother go make my bed,

make it long and narrow,

my true love died for me yesterday,

I shall die for him tomorrow.

She was buried in a church house yard

and he was buried there beside her,

and from his grave grew roses red,

from hers grew green briar.

They grew and they grew so very high,

till they could grow no higher,

and at the top grew a true lovers’ knot

twined with green briar.

 

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THERE IS NO SUCH THING AS ADULTHOOD (AKA "THE MADE-UP GROWN-UP")

“Quando sarai grande, potrai farlo anche tu”, “No, questo è il tavolo dei grandi…”, “SOLO PER ADULTI”, e via così.

Quante volte, da bambini, ci è stato propinato il concetto di “età adulta” come quel limite invalicabile che ci impediva di fare un numero n di cose, con la promessa implicita che – un giorno – anche noi saremmo stati padroni di noi stessi?

E per la serie “le cazzate che si dicono (e che, alas, si scoprono troppo tardi come tali) alla prole”, ecco a voi: ADULTO!

Una parola vuota, completamente priva di un significato reale riservato soltanto al suo scomodo opposto (non-adulto). Il negativo definisce quello che NON sei, mentre il positivo, di ciò che sei, non dice niente.

È una baggianata colossale! “Crescere” non significa “diventare adulti”, significa – più che altro – trovare se stessi in un senso – più o meno – profondo. Capire qual è il nostro carattere e come reagiamo di fronte alle sfide che la vita ci mette di fronte.

Ci sono persone anagraficamente avanti con l’età che a questo non arriveranno mai e bambini di otto anni che possono insegnare almeno una cosa a chiunque di noi, per dire…

L’essere “figli” non significa essere meno “adulti” di quegli “adulti” che si spacciavano per modelli infallibili con noi “bambini”. Che sorpresa scoprire un giorno che, a maturazione avvenuta, siamo molto più “adulti” di tutti quegli “adulti” che hanno costellato la nostra infanzia. Ora comprendiamo, grazie a una nuova luce, le loro scelte sciocche (o meglio, la sciocchezza delle loro scelte) perché nessun confine fittizio ci separa più.

Li guardiamo dall’alto e – inevitabilmente – ci ritroviamo a pensare “Ma checcazz…” mentre li osserviamo andare avanti e fare cose per inerzia, e ritrovarsi in situazioni, e barcamenarsi nella melma delle responsabilità, senza nemmeno una vaga idea di dove andranno a finire. Sono trentenni. Come noi. E hanno noi, per volontà o meno, pazzi gioiosi inconsapevoli.

E noi che pensavamo che nei loro piani ci fosse una logica, perché loro sono “i genitori”, e ci rendiamo conto che se i nostri figli infanti ci vedessero dentro adesso non vedrebbero null’altro che la cocente delusione della nostra attuale scoperta! Non perché non amiamo i nostri vecchi, ma perché sono loro che hanno contribuito a creare in noi l’aspettativa che fossero esseri superiori, con l’esperienza, le risposte, la consapevolezza.

E ci siamo ritrovati a vederli per ciò che sono, tutti loro (come tutti noi) chi più chi meno, poveri mammiferi cresciuti che si avvitano su se stessi per cercare di capire come fare ad andare avanti. Ognuno coi difetti che aveva a trent’anni, con gli stessi pregi, gli stessi riflessi, le stesse fisse, gli stessi gusti, lo stesso carattere, le stesse reazioni, la stessa forma di quei trent’anni.

Gli stessi sbagli.

Chi è ADULTO ora?

 

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A QUIET LIFE

Oggi, con la consapevolezza dei limiti è arrivato un momento di crollo. Ho capito che non riesco a gestire la responsabilità collettiva di una scelta singola. Non nel senso ampio e filosofico dell’occorrenza, quanto piuttosto nell’istanza reale e concreta. Se, per esempio, devo (come è successo ieri) fare un regalo di compleanno a una mia amica e sono la sola portavoce del gruppo a essere coinvolta nella scelta dello stesso, entro nel panico.

Non perché, attenzione, io non conosca benissimo la festeggiata o abbia delle insicurezze rispetto alla mia capacità d’interpretazione del gusto altrui. Se avessi dovuto fare quel regalo da sola, sarei andata a colpo sicuro, senza alcun dubbio sulla mia scelta. Ma il fatto di prendere una decisione (che, ovviamente, ha una percentuale di probabilità di rivelarsi sbagliata) per un intero gruppo, mi mette di fronte alla responsabilità di quella decisione (e del suo esito) non solo nei confronti della e di fronte alla festeggiata, ma coinvolgendo tutti coloro che hanno riposto in tale scelta (la mia) la loro cieca fiducia.

Chiaramente questa è solo una metafora (anche se è accaduto davvero) per dire che vivo male la responsabilità “accessoria”. Non mi impongo mai per la scelta di una destinazione o di un ristorante, quando sono in gruppo. Non sono una trascinatrice che sa sempre dove andare e cosa fare. Col risultato che poi, spesso, non sono contenta di dove vado a finire o di quello che mangio. Ma preferisco passare una serata orrenda che prendermi la responsabilità di difendere una scelta a spada tratta, col rischio di deludere tutti. È un po’ come se mi dessi in pasto da sola all’inverecondo mostro del quieto vivere – più per pigrizia che per mancanza di fibra.

Com’è che dicono gli psicologi? Il bambino con i genitori separati che vive lacerato perché vorrebbe sempre fare tutti contenti a esclusivo scapito della propria felicità?

Cazzate!!!

?

 

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ROOTERS

Ognuno di noi sente di provenire da qualche parte. Da qualcosa.

Ciascuno ha memoria di pezzi di strada, percorsi in compagnia variabile, nel flusso della moltitudine o con nient'altro che il riflesso di sé come compagno di viaggio.

Eppure c'è un punto che non ricordiamo mai: l'inizio. Il momento esatto che, se solo fosse nostro, potrebbe darci le risposte. Lo vediamo, quel momento, opaco nei racconti del branco che ci ha accolti brutti, arrossati e urlanti. Ce lo raccontano a turno, con una progressione che esplora e rivela - nel tempo - tutte le angolazioni possibili e gli aneddoti, forse un po' sformati, di come siamo venuti al mondo. Tranne l'unica prospettiva valida. Quella vera. La nostra.

 

Che sciocco alibi. Che patetici arroganti. Aggrapparci a una delle poche cose che non potremo mai sapere. Cercare riparo dalle pecche che sappiamo di avere dietro la palizzata posticcia di un incipit infausto.

Le radici non sono questo. Non sono quelli gli attimi che fanno di noi ciò che siamo. È quello che scegliamo di fare dei ricordi che abbiamo. Nonostante i ricordi che abbiamo.

Riuscire a fidarci, perché se la bocca non parla gli occhi sorridono. E il sorriso brillante degli occhi perfora anche le barriere che non sapevamo di avere. Gli occhi raccontano di storie viste e di storie nascoste allo sguardo. Gli occhi sussultano quando vedono quel che speravano, presto, ancora, di vedere.

Negli occhi le radici l'uno dell'altro.

 

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WHAT GOES AROUND COMES AROUND

Ci sono giorni, come oggi, in cui credo che delle cose buone possano accadere. Perché siamo tutti diversi, è vero. Ma è un bene. No?

E quando sento persone parlare di diritti, di problemi legati a dei diritti che a loro non sono garantiti, mi vengono le bolle!

Ognuno ha i propri problemi, è vero, ma dovremmo smettere di essere così concentrati su noi stessi da non riuscire a provare empatia per i problemi degli altri. Perché siamo tutti legati, a doppio filo, e i problemi che sono dei miei fratelli e sorelle sono anche miei.

Mi rendo conto di suonare eccessivamente evangelica, ma sarebbe poi un male così grande? In fondo il Vangelo non è mica da buttar via.

Certo, in diverse occasioni col cazzo che porgerei l’altra guancia, però cerco di non fare agli altri quello che non vorrei fosse fatto a me. O, perlomeno, se lo faccio ne porto il peso e aspetto l’occasione di chiedere scusa.

Ovviamente vale sempre la regola de’ nonna che ‘mal cercato unn’è mmai troppo!’, però con un briciolo di razionalità.

Tornando a noi, oggi ho trovato conferma di quanto detto sopra. Non riesco a non appassionarmi alle battaglie di quanti vorrebbero riconosciuti quei diritti innegabili a ciascun essere umano.

Alcuni dei quali a me sono garantiti perché, per puro caso, mi piacciono i maschi.

Altri, invece, no.

 

Ho promesso a mia madre che se e quando avrà un ictus – cosa che, senza una motivazione del tutto razionale, la atterrisce non poco – ‘me ne occuperò io’! È il nostro modo per dire, in codice, che compirò la sua volontà di non esistere a questo mondo una volta privata di quelle che ritiene le condizioni necessarie per continuare a farne parte.

Ad oggi so però che, se mai dovessi farlo, stando così le cose, andrei contro la legge del mio paese. Non serve che vi dica quanto questo mi sconcerti. Non sono certo una criminale, né ci tengo a diventarlo. Però amo mia madre incondizionatamente, nonostante tutto, e farò tutto ciò che mi chiederà. Andrei contro ogni legge, per lei.

 

Ma per altre persone che conosco i problemi non riguardano la morte (che, già da sola, non sarebbe abbastanza?).

I loro problemi hanno a che fare con la vita, con il ‘come viverla’, con l’amore. È inaccettabile che io abbia un diritto costituzionale che non vale per il mio migliore amico. Perché lui è come me, né più né meno. Non ci sono diversi valori, né diversi metri di giudizio.

Mi è capitato spesso, in momenti di delirio di battaglia, che degli idioti rispondessero alle mie affermazioni: “Ma perché? Ti piacciono le donne?”.

Dopo il momento di sbandamento vario ed eventuale di fronte all’idiozia cosmica della domanda, le scelte sono due: ignorarli o cercare di spiegarmi.

Non so se sia la mia logorrea genetica a portarmi sempre a scegliere la seconda. Diciamo che mi piace pensare di avere qualcosa da dare al prossimo (ancora evangelica, sigh!).

 

Allora mi imbarco nell’impresa monumentale di spiegare a persone alle quali, forse, non frega niente, quello che secondo me va fatto perché è giusto.

Non perché mi piacciano le donne, o anche sì, cazzotenefregacoglione!

Perché ho un sacco di amici omosessuali felici e in pace, che vorrebbero solo vedere tutelati i loro diritti. Come singoli e come coppia.

Ma anche perché ne ho tanti che invece non sono per niente felici e per niente in pace. Che si sentono costretti a chiedere scusa (a chi, non lo so!) per ciò che sono (persone?), perché nella società di questo nostro grande paese di poeti, santi e navigatori, da cui tanto mi aspetto – ancora! – sentono che per loro non c’è posto. Perché molti di loro coltivano una fede incrollabile, eppure sono rifiutati in quei luoghi che per loro dovrebbero essere di rifugio e di speranza.

 

Oggi, come mi capita spesso, ho provato vergogna. Vergogna per essere nata in un paese che dovrebbe essere migliore. Che ha momenti, nella sua storia, che avrebbero dovuto farne un paese migliore (altri, ehm, no…).

Però, insieme alla vergogna, ho sentito anche la speranza, che mai mi abbandona. Perché io ci credo che insieme possiamo cambiare. Ma solo insieme, come un organismo composto da tutti quanti noi. Perché, se il cuore non batte, il sangue non arriva al cervello, ma se i polmoni non funzionano il sangue che ci arriva non porta abbastanza ossigeno. E se cede il cervello, chi farà battere il cuore? E se ci mollano i reni, che ne è poi del fegato e dei polmoni?

Per andare avanti il corpo deve stare bene tutto, non possiamo permetterci di pensare a una cosa alla volta.

 

Andremo avanti, ma solo se saremo tutti insieme.

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DELIRIUM FRANCISCAE

Non sono granché ispirata stasera. Forse anche perché la monomano mi rallenta… Però continua ad assillarmi la riflessione sul “desiderio” inteso come volontà di ottenere qualcosa di concreto sul piano material-intellettuale.

Per meglio dire, ho la mente intasata nel tentativo di arrivare a capo d’un dubbio psicanalitico di una certa banalità: quanto ciò che vogliamo è davvero quello che vogliamo e quanto invece è quello che pensiamo di volere?

Interrogativo un po’ del cazzo, direte voi.

Certo! Però resta il fatto che l’interrogativo permane in me, in attesa di chiarimento.

Una delle persone che mi conoscono meglio al mondo sostiene che io passi troppo tempo a pensare.

Forse è vero. Vi basti sapere – e chi mi conosce lo sa – che parlo moltissimo, e tutto il tempo sottratto alla conversazione-pontificazione-monologo lo trascorro dentro di me, persa in pensieri di natura molteplice e altezza variabile.

Insomma, penso un sacco. In macchina, a letto, in bagno, perfino mentre leggo (ah, le rogne del moderno multi-tasking!).

E agli interrogativi banali riservo, molto democraticamente, lo stesso spazio che dedico agli altri. Tanto la mente è infinita…

Perciò “qua sto”, a riflettere se quello che vogliamo lo vogliamo perché lo vogliamo o perché pensiamo di volerlo. Perché ci convinciamo che sarebbe meglio (ma poi, meglio di che?!); perché il solo pensiero di poterlo avere ci fa avere di noi un' immagine migliore (come sopra, sic!); perché pensiamo di meritarci qualcosa (?); forse solo perché abbiamo un estremo bisogno di novità. O di punire noi stessi per qualcosa che pensiamo di non meritare fino in fondo? O di punire qualcun altro?

Ogni ulteriore domanda (vedi sopra), come negli schemi con le frecce, porta a un percorso conseguente che genererà una serie di altre domande che si svilupperanno in parallelo a quelle delle altre serie. Chiaro? Spero di si, perché sono pigra e allegare un disegno o –  peggio – un grafico mi fa troppa fatica!

Già a questo punto il caos è monumentale, quindi occorre operare una scelta ragionata e sincera per decidere quale percorso di indagine sia il più appropriato a noi.

Eh…

Brava, mi direte. Fosse così facile…

Allora che si fa? Ne scegliamo uno a caso? Magari due per essere più sicuri?

Qui mi limiterò a scegliere il primo, il più neutro – ché, perfino io, ho uno straccio di riservatezza di default.

Allora: Vogliamo qualcosa (o pensiamo di volerla) perché sarebbe meglio di quello che abbiamo.

Bene.

Ora però dobbiamo analizzare quello che effettivamente abbiamo (o – attenzione! – quello che pesiamo di avere…). Altro lavoro di proporzioni scoraggianti. Da qui l’interrogativo fa un doppio carpiato, perché a questo punto stiamo ragionando su quattro piani ideali: quello che abbiamo (qca), quello che pensiamo di avere (qcpda), quello che vogliamo (qcv) e quello che pensiamo di volere (qcpdv).

Sempre meglio, insomma!

A questo punto possiamo agevolmente eliminare qca, perché tanto dentro di noi – parliamoci chiaro – non c’è posto per l’oggettività. Non a queste profondità. Perciò partiamo da qcpda e analizziamolo con più consapevolezza possibile.

Abbiamo il nostro punto di partenza.

Adesso pensiamo a qcv e qcpdv e cerchiamo, con un’attenta analisi interiore, senza prenderci per il culo – per quanto possibile – di comprendere se il nostro “desiderio” esista in quanto tale o se in realtà non stia piuttosto celando agli occhi della nostra mente una questione di altra natura (che, chiaramente, è legata a doppio filo alla domanda che abbiamo scelto. Nel nostro caso: “perché sarebbe meglio?” potrebbe voler dire che siamo, in fondo, insoddisfatti di quello che abbiamo e il cambiamento ci aiuterebbe a non affrontare i problemi concreti di una realtà oppressiva. Così, per dire…).

Ora, mettiamo che dopo un attento ponderare arriviamo a una conclusione che si regga in piedi.

Oh! Bene!

Manco per il cazzo!

E sapete perché?

Perché abbiamo sbagliato in partenza.

Perché per arrivare a una conclusione sensata dobbiamo partire, per lo meno, da assunti inattaccabili.

E noi da dove siamo partiti?!?!

Da “quello che pensiamo di avere”! Gnèèè! Sbagliato!

Dovevamo partire da “quello che abbiamo”!

Cosa impossibile, perché siamo esseri umani incapaci di un' oggettività intima e radicale.

Ora mi direte che basterebbe chiedere un consiglio, il parere di un amico…

Nemmeno per idea!

L’amico può aiutarci a chiarire l’ordine dei nostri pensieri, non la loro natura. E deve essere un  ottimo amico, che sia capace di non proiettare su di noi la propria soggettività, sennò siamo del gatto (ma non infognamoci proprio ora)!

La verità è che tutto questo ragionamento non è servito a niente. Inutile! Risiamo daccapo! E non servirà mai a nulla, non importa il numero dei tentativi.

Unica conclusione degna di nota: l’autoanalisi è una totale fregnaccia!

Oh!

Grazie a tutti…

 

Poi mi chiedono perché sono stanca… Viveteci voi tutti i giorni così! :)

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COM/PROMISE

Le cicatrici restano. Non importa quanto ci affanniamo a nasconderle, a truccarle, quanto riusciamo ad "accettarle" e a sperare che diventino, lentamente e in silenzio, parte di noi. Loro restano e ci ricordano che qualcosa di estraneo è accaduto, che qualcosa di alieno è stato dentro di noi. Ce lo sbattono in faccia quando meno ce lo aspettiamo. Quando crediamo di non vederle più la luce le colpisce in modo diverso e le riporta, nuove, ai nostri occhi.

Non ci appartengono, ma sono nostre.

Non possiamo liberarcene ma fingiamo di potere, un giorno, non notarle più.

Eppure, se solo ci fermassimo un attimo, ne apprezzeremmo la natura funzionale, la loro verità di cose accadute che ci hanno modificati rendendoci migliori. Sono il segnalibro dei sacrifici che abbiamo fatto per riuscire a funzionare meglio.

Non esiste una motivazione razionale per volerle dimenticare, se non la sensazione che facciano di noi degli esseri imperfetti. Eppure, se non le avessimo, non saremmo la metà di ciò che siamo.

 

L'accettazione non esiste, esiste la consapevolezza del compromesso che porta al progresso.

Esiste la promessa di un futuro inaspettato.

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Do not throw the baby out with the bathwater!

Ci sono momenti della vita in cui lasciarsi guidare dall’impulsività, dall’istinto o – peggio – dalla paura è decisamente controproducente.

È vero che la vita è breve e che dobbiamo cercare di assecondare la realizzazione dei nostri sogni, ma è nostro dovere morale quello di “non gettare il bambino con l’acqua sporca”.

Pensare che la nostra vita ci appartenga in modo esclusivo è un errore madornale, perché la vita è il prodotto di quelle interazioni – con soggetti animati e, alle volte, oggetti inanimati – che si susseguono in un lasso di tempo e in uno spazio definiti. Il risultato è il “qui e ora” in cui ci troviamo ogni qual volta sentiamo di dover prendere una decisione in merito a qualcosa – o a qualcuno.

Suddetta decisione non può, pertanto, non tenere conto di tutti gli “attori” che hanno determinato la situazione, con la loro personale e unica percezione e reazione.

 

Se isoliamo dallo spazio tempo la fattispecie della scelta arriviamo, nella nostra testa, a un risultato emotivo e a uno razionale parimenti meditati e privi di ogni ambiguità. Detto in parole povere, sappiamo che cosa vogliamo.

Questo accade in un mondo ideale in cui esistono solo le nostre scelte e la nostra volontà.

Se proviamo a immergere nella realtà il nostro ragionamento logico e la nostra risposta emotiva univoca i valori si sballano completamente, perché dobbiamo tenere conto di un numero infinito di variabili che si accaniranno a influenzare il risultato finale.

È come se prendessimo, come esempio di scelta ideale, il moto rettilineo uniforme. Il problema è proprio la supposta costanza della velocità in modulo, direzione e verso.

Nella realtà c’è sempre qualcosa che va storto. La natura non lascia troppo spazio alle costanti.

Perciò, sezione aurea a parte, siamo fottuti!

Il nostro ragionamento crollerà non appena ci decideremo a metterlo alla prova.

 

Occorre un doveroso passo indietro che favorisca una visione d’insieme che ci aiuti ad avere delle proiezioni plausibili del risultato.

Non che questo influenzi la nostra volontà, a conti fatti. Modifica solo il modo in cui, essendo l’uomo zoon politikon, operiamo la scelta per andare incontro ai nostri simili e cercare di dar loro il minor fastidio possibile (ovviamente, se non siamo degli stronzi!).

Detta così sembra uno stratagemma per mantenere linda la coscienza.

Che forse, effettivamente, lo sia?

Ma non è questo quello che importa. Quello che importa è che, in ogni momento, dobbiamo essere consapevoli che non siamo soli al mondo. Che siamo spesso, nostro malgrado, responsabili anche della felicità degli altri. Di molti altri.

L’egoismo è la reazione immediata alla sollecitazione della volontà, ma raramente paga. Ci si può ritorcere contro e fare più danni di quanti non possa farne un minimo sacrificio.

Non per uscirne puliti, ma perché lo dobbiamo gli uni agli altri.

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This is NOT Grey's Anatomy

Alle volte la vita ci passa davanti quasi come se non ci appartenesse e ci ritroviamo a chiederci se la responsabilità delle scelte che determinano le circostanze in cui ci troviamo sia, effettivamente, proprio nostra.

In certi frangenti lo squilibrio che sperimentiamo ci autorizza a pensare che la gestione consapevole delle decisioni sia al di fuori della nostra portata.

In effetti sarebbe comodo.

Sarebbe confortante poter credere di essere accidentali personaggi di una storia già scritta – da altri – più grande di noi.

Ci alleggerirebbe del peso di dover compiere – o di aver compiuto – determinati passi in una direzione o nell’altra.

In fin dei conti il mondo si sta avvitando in un vorticoso viaggio, maldestro, verso la deresponsabilizzazione. Quindi perché noi dovremmo essere immuni da tale magnetica tendenza?

I nostri genitori ci hanno cresciuti diversamente. Hanno provato a insegnarci l’equivalente morale del terzo principio della dinamica. Ci hanno dato gli strumenti necessari per provare ad arginare le conseguenze del dolo e della leggerezza.

Ma per quelli di noi che ritengono di aver subito passivamente dei soprusi che li hanno segnati, in un momento in cui gli strumenti suddetti non erano ancora affilati, esiste una scusante?

È tutto necessariamente bianco o nero o possiamo avvalerci di una gamma più piena per poter dare una sfumatura ai nostri falli?

Forse ci siamo talmente induriti nella convinzione di non poter far fronte alle offensive esterne che tendiamo a giustificarci non solo più del necessario, ma addirittura oltre il lecito, con il rischio di diventare i peggiori detrattori di noi stessi. I nostri peggiori nemici.

Ci ribelliamo inconsciamente alla felicità perché pensiamo di non meritarla? Amiamo credere di essere più complessi di come effettivamente siamo? Ci complichiamo la vita per poter provare ai noi stessi le nostre infinite, innate capacità di adattamento?

Forse, ma continuo a credere che sia troppo semplicistico, che sia un altro escamotage per cedere alla tentazione di nasconderci dietro un dito.

La realtà è che non c’è nessun geniale sceneggiatore che scriva chi siamo, cosa dobbiamo dire, che definisca e incaselli i nostri gesti ricorrenti per caratterizzarci al meglio così che gli spettatori possano essere confortati dalla prevedibilità della nostra – pur complessa –  sovrastruttura.

“Datemi la verità” ripeteva ieri sera Alexander Supertramp, parafrasando Thoreau.

E la verità è, né più né meno, quel nocciolo di consapevolezza che resta una volta che ci siamo spogliati di noi stessi.

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BE/LONGING

Penso spesso ai luoghi ai quali sentiamo di non appartenere, al momento in cui ci accorgiamo di essere fuori posto e a come il nostro atteggiamento interiore cambi di conseguenza.
Quelle occasioni in cui tutti devono essere felici - e lo sembrano anche - e noi non riusciamo ad adeguarci perché non lo siamo. Perché un pensiero, per un istante, ci ha attraversato la mente e ci ha fatto disconnettere da quello che è l'andamento generale delle cose.
E a quel punto la domanda echeggia all'infinito dietro gli occhi: "Ma io che ci faccio qui?"
Da lì in poi abbiamo la netta convinzione di non appartenere a quel luogo e a quel momento, con quelle persone.
Che tutto ciò che esiste dentro di noi sia il nostro rifugio, quello che veramente siamo, separato per mezzo della pelle da quello che appariamo - o spesso ci sforziamo di apparire - agli occhi degli altri.
Il fatto che ciascuno abbia una percezione falsata di noi, ça va sans dire. E non è un problema nostro.
Ma la discrepanza tra ciò che sappiamo di essere e ciò che inconsapevolmente scegliamo di mostrare è qualcosa che ha a che fare esclusivamente con noi.
Quindi ci ritroviamo sospesi in una situazione ostile, o fastidiosa, avvilente e costrittiva.
Allora succede che vorremmo essere da un'altra parte. Se qualcuno ci conoscesse davvero leggerebbe questo nei nostri sguardi: "Non lo vedi che non voglio essere qui?!?!"
A questo punto finiamo di ritrarci in noi, lasciando la pelle a sorridere a comando, a ridere delle battute, a fare occhiolini maliziosi ai nostri "simili".
Scegliamo quel posto perfetto in cui esistiamo nella realtà per come siamo davvero, in cui siamo visti per ciò che siamo e sperimentiamo il mondo attraverso la completezza delle nostre qualità e delle nostre pecche.
Perché la consapevolezza avvicina alla completezza e la completezza avvicina alla felicità.
La musica è più lontana. Tutti ridono. Fanno gli scemi. Parlano di cose più grandi di loro. Si fingono altri ad occhi di altri che sono altri a loro volta.
E in questa spirale di alterità noi sorridiamo di rimando, forti della gioia di aver trovato uno spazio in cui esistere.
"Lì" è dove vorremmo essere.

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Giving in

Per la prima volta dopo tanto, tantissimo tempo ho di nuovo voglia di farmi del male. Perché il dolore si affronta meglio fuori che dentro, perché quello che senti non può guarire, perché il corpo supera mentre la mente rivive all’infinito.

La privazione, l’ingiustizia, l’inutilità non posso più tollerarle dentro di me.

Voglio vederle e curarle una volta che sarò riuscita ad esprimerle fuori da me.

Non è più il turbamento della mia quiete che mi ferisce. A quello, dopo una vita, mi sono abituata. Non ho più paura che le mie debolezze possano, un giorno, chiedermi il conto. Ho una rata quotidiana che pago in silenzio ritirandomi in quel cancro, in quel cristallo isolato e contenuto che ho riservato a tutto il mio dolore. Ho dato dei confini al mio male di vivere, perché la vita è una e non lascerò che nulla possa rovinarla, eccetto le mie scelte consapevoli.

Quello che è arrivato, con il tempo, a lacerarmi è il dolore degli altri. Ma non quello che si portano dentro, che in fondo è tale e quale a quello che mi porto dentro io (per quanto gestito in modo vario ed eventuale).

A turbarmi è l’essere testimone dello scambio del dolore che avviene tra gli esseri umani. È quello che le persone scelgono di fare – o fanno – le une alle altre che ha la meglio sulla mia razionalità. Che mi fa girare la testa. Che non mi fa respirare. Che mi fa pregare di restare, per un attimo, completamente sola al mondo.

Cerco l’isolamento nelle parole di scrittori migliori di me. Nelle voci di altri che sanno cantare quello che provo. Nel buio e nell’infinitamente piccolo. In attesa che la tempesta passi, nella speranza di riuscire a ritrovare l’equilibrio che mi consenta di far appoggiare di nuovo qualcuno – chiunque – a questo forte e grande corpo, a queste braccia, a questo infinito che ho dentro.

Non penso mai a ciò che resterà di me e, passata la tempesta, mi importa anche poco di cosa ne sarà di coloro che scelgo di sostenere. Da sempre sono brava solo nella risposta immediata. Per il resto, che ognuno pensi per se stesso. Non ho figli, non sono la madre di nessuno.

Forse non sono nemmeno l’amica di nessuno.

Sono solo una persona che, se ce la fa, prova a tenerti mentre vai a fondo. E dopo un piccolo recupero, avanti un altro!

Ho i miei limiti, più di questo non sono in grado di fare.

Sono una persona pigra, arrogante e viziata, non potete aspettarvi altro da me.

Ma poi penso a te, a come tu mi vedi. E rinasco. E ho l’illusione di essere migliore di come in realtà sono. E vedo la persona che sarei in un mondo perfetto.

Ma nulla è perfetto e l’illusione sfuma in un secondo, col grido muto d’aiuto di un nuovo miserabile.

Lo sai, ho una missione da compiere.

Ma tu sei il mio balsamo, sei i confini del mio dolore, sei quello che mi salva dall’obliterazione completa di me. E forse nemmeno lo sai.

Sarebbe un peso troppo grande da farti portare (deformazione professionale!).

Il solo fatto che tu esista mi salva ogni giorno da me stessa e mi fa continuare ad avere voglia di essere esattamente quello che tu vedi in me. A volte credo che tutto possa essere vero. Nella solitudine ti ho accanto. Solo tu resti di questo mondo vuoto. In questo spazio che rimbomba.

Sei accanto a me, in silenzio, ad ogni passo.

E, a volte, riesco a vedermi attraverso i tuoi occhi.

E mi innamoro di me.

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Dreamembering

Alle volte quello che passa sbiadisce, lasciando dietro di se un senso di sazietà che la demenza senile galoppante del conscio ci nasconde. Non sappiamo cosa sia, ma ci riempie. Scalda i nostri vuoti e ci fa sentire meno soli, seppur ignari di che cosa sia a farci compagnia. Ogni tanto provo a focalizzare brandelli di ricordi di un passato ancora prossimo, cercando di riviverli nella speranza che possano ricordarmi chi ero un attimo fa. Ma non li trovo più. Le sfocature rendono i particolari irriconoscibili e il ricordo delle sensazioni che ho provato non mi fa vibrare quatnto mi ricordo abbiano fatto le sensazioni stesse. È una maledizione, questo passato che passa. Le nostre memorie si usurano con l'uso. Rivivere i ricordi li appiattisce, li spolpa e ci lascia con un pugno di mosche. Lo sappiamo, ma è più forte di noi. Ci vengono in aiuto i sogni che montano storie nuove con i fotogrammi spenti del vissuto. Quante volte vi siete svegliati con la luna storta o col sole nel cuore? Colpa e merito sono dei sogni, che li ricordiate o no. Spero per voi di no. Resteranno sempre vividi da qualche parte, dentro di voi. Buonanotte.

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Waiting to exhale

L'attesa è un'altra delle cose che contribuiscono a renderci identici.  Non esiste essere vivente che non subisca l'ansia dell'attesa.  Se ciò che aspettiamo  è qualcosa di bello, di piacevole, di emozionante,  l'attesa costituisce parte integrante dell'evento. Ne è prologo di  infinita delizia. I giorni che precedono una partenza, i preparativi  per una festa, l'attesa della persona amata. Poi arriva quanto di peggio ciascuno di noi sia chiamato ad affrontare. Il ritorno a casa, la musica è finita, un bacio d'addio. Ci sembra di morire. Il cuore si spegne. Il morale collassa. Non riusciamo a pensare che succederà di nuovo. Che la tristezza cederà  presto il passo ad una nuova esaltante sensazione di apnea del cuore. Ci riprenderemo dai postumi e torneremo in sella. Sempre pronti a cogliere ognuna delle cose che la vita ci riserva. Sempre pronti a rischiare tutto ciò che siamo in questo folle gioco in cui non si  vince niente, se non la gioia di aver partecipato dando noi stessi  agli altri, in questo vortice entropico di sentimenti. Che è tutto quello che ci lasceremo dietro alla fine della partita. Sentimenti, sensazioni. Contribuiamo all'aumento costante dell'entropia del cosmo.  Questa è l'anima immortale, lo Spirito Santo. Amabili resti.

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Taurus is the least

La vita ci riserva infinite sorprese. Che banalità! Eppure... Ieri sera parlavamo del "diverso", dell'altro, di tutto ciò che non è "io". Ma l'altro non è che un riflesso di "io". Cambia la superficie, forse, ma la sostanza è la medesima. Non esiste altro da me che io non possa comprendere. Non "accettare", troppo stupidamente passivo, ma "comprendere". Lo prendo dentro di me come l'acqua con l'acqua. Siamo uguali. Ci fondiamo e confondiamo all'infinito senza margini. L'uno si riconosce nell'altro, da sempre. Empatia. Identificazione. Confronto. Nei nostri simili incontriamo noi stessi, anche certe parti di noi rimosse, inaccettabili. Viste nello specchio non cessano di terrorizzarci, ma il solo pensiero che esistano al di fuori di noi ci conforta. L'immagine nello specchio ci sorride rendendoci un po' di quella gioia che si prova avendo finalmente la certezza che mai più saremo soli. Che saremo per qualcuno quello specchio e quel sorriso. Che la riflessione sul riflesso è ciò che ci libererà dalla paura di quello che potremmo essere alla luce. O di quello che, probabilmente, temiamo di non poter essere più. La paura e l'amore incatenano insieme ogni molecola di questo mondo sorprendente. Chiunque ami o provi paura non può essere "altro" da me. Grazie Penelope.

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Every year springtime comes

È arrivato anche Febbraio in questo inverno che, per la prima volta, sembra fuggire da me portandosi via qualcosa. O forse sarebbe più giusto dire "serbando qualcosa" che sembrerei costretta a lasciarmi alle spalle per sempre. La prima volta nella mia vita in cui non sono lieta che l'inverno finisca, che il freddo ceda il passo, che le giornate si allunghino. La luce divorerà lentamente lo spazio delle tenebre mettendomi di fronte ad uno specchio. Non potrò più nascondermi me stessa riparando nel buio. Non più il sollievo di un tramonto precoce e di una lunga notte a cullarmi. Il conforto dei sogni infiniti che popolano l'oscurità. Le tenebre mimetiche dell'anima messe a nudo dall'occhio di bue del sole di maggio. Come nascondersi, ora? Troverò rifugio dentro di me e troverò lì tutto ciò cui dovrò rinunciare, fuori. Alzerò la testa e conterò le ombre sperando nel sole clemente e ortogonale di un mezzogiorno della coscienza, che le cancellerà da me. Tutte, tranne una. L'ombra più cara. La più bella. Quella che frammenta il cuore in caleidoscopici scintillii che incantano. L'ombra che mi rimboccherà le coperte la sera e che bacerà i miei occhi ancora chiusi la mattina. L'ombra che mi seguirà paziente e che determinerà ogni mio gesto, parola e pensiero. Perché ciò che non si vede non necessariamente non esiste.

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Heart of darkness

Non capisco davvero chi ha paura del buio.
Da bambini, si capisce, abbiamo mille incubi irrazionali che per loro stessa natura crediamo germinare dall'ignoto oltre l'oscurità.
Da bambini il buio non ha confini e nelle nostre giovani menti siamo già consapevoli di come non possa esserci vittoria contro l'infinito.  

Un giorno mio fratello Simone decise di farmi un simpatico scherzo che non dimenticherò mai.
Avrò avuto quattro anni, nel soggiorno della mia prima casa di bambina. C'era una scala di metallo, una rampa sola, senza curve, che formava un angolo con la storica credenza di famiglia posta, appunto, nel sottoscala. Quell'ombelico di mondo con base il pavimento, altezza la credenza e lato obliquo la scala, era un rifugio a misura di bambino. E poi ce n'era sempre un remoto pezzettino in cui il buio imperava.  
In un giorno di sole, armato di una scatolina di latta vuota (tipo quelle del balsamo di tigre), Simone si sedette in soggiorno e mi disse:
"Tieni. Vai a prendermi un po' di buio?"  
Si divertiva spesso a farmi arrovellare su paradossi di ogni genere, certo che prima o poi l'esperienza sarebbe giunta in mio soccorso.
Io provai con zelo, con tenacia, ma ogni volta che andavo da lui e aprivo la scatolina, era sempre brillante di luce. Non impiegai molto a comprendere e ringrazio Simone di avermi insegnato a non temere il buio.  

Perché il buio è un amico. Ci protegge. Ci nasconde.
Ci annulla e ci culla nelle nostre lunghe notti. Acuisce i nostri sensi rendendo possibili cose mai viste.
Il buio ci fa vedere le stelle.
Ma, cosa ancora più importante, il buio ci da il coraggio di fare e dire cose che forse alla luce non potremmo, non oseremmo.  
Il buio ci abbraccia, ci stringe e sussurra: "Dai, non ti guarda nessuno. Ci sono solo io...".
Il buio è il più dolce degli amanti. Non vede i difetti, li fa scomparire. Fuori.
E anche dentro.  
Al buio ci sentiamo sempre più a posto che alla luce del sole. I momenti in cui siamo, in assoluto, più sinceri con noi stessi sono caratterizzati dall'oscurità. L'imbarazzo lascia il posto almeno ad un tentativo. L'insicurezza diventa determinazione. La paura si dissolve - ma tornerà... - e quello che credevi folle acquista immediatamente un senso, con l'arrivo del buio.  
Nel buio, a volte, "amicizia" si finge "amore".

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Three...Two...One...GO!

Ai blocchi di partenza si stabilisce inconsciamente lo stato d'animo che ci porteremo dietro, dominante, per l'intera durata della corsa. Eccomi qua. Mi sono allenata per venticinque anni aspettando questo istante, sicura che sarebbe stato il momento che mi avrebbe raccontato tutto di me. Invece no. La mente sceglierebbe di restare vuota se non fossi io, con il mio assillo, ad affollarla delle domande che credo essere appropriate in un momento come questo. Lei mi oppone la snervante quiete di chi non ha davvero nulla da dire. Quasi si scusa, rassegnata a lasciarmi senza alcuna risposta. Eppure se scelgo di farmi determinate domande dovrei essere in grado di darmi delle risposte accettabili. Lo smarrimento ha un'impennata inarrestabile. Prendo posizione, con le mani sulla linea a mimare un telefono. Sono calda. La fronte imperlata di un sudore misto: fatica, adrenalina, ansia, smarrimento. Manca poco. E le risposte non mi hanno ancora trovata. L'unica cosa che so è che appena sentirò lo sparo comincerò a correre. Dubbi o meno. Ormai sono qui, mi sono allenata per una vita. Non posso buttare tutto all'aria perché non accade quello che mi aspettavo. Tiro su il sedere, verso il cielo incurante. I muscoli della schiena si tendono e provo sollievo. Continuo a sentire la mente sgombra e comincio a pensare che in fondo sia meglio così. O bere o affogare. Fare questo dannato salto nel vuoto. Ce la posso fare. Se non ho prospettive definite, se ciò che ho davanti non è perfettamente a fuoco, non posso crearmi aspettative fondate. Magra consolazione... BANG!

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ANTI-ANTS!

Sono da poco tornata dalla città-luce, dove ero andata per godermi un po’ di svago meritato. Eppure la luce ci inganna e distorce le nostre prospettive catturando l’attenzione generale.
Guardando le luci possiamo esimerci dal guardare noi stessi e gli altri.
Se le luci si spengono o, meglio, l’intelletto si riaccende, ci ritroviamo immersi in un mare di noi che solo la città è in grado di rappresentare. L’uomo urbano formicola sui suoi simili senza nemmeno avere la grazia di sfregare le antenne con loro in segno di rispetto e saluto. “Io ti vedo.” direbbero i Navii.
Noi non ci vediamo più gli uni con gli altri. Ci sfioriamo e passiamo oltre facendo finta di niente, certi che non ci importi di quanto è altro da noi. Sicuri del fatto che non ne avremo mai bisogno.
Gli altri ci servono solo nella misura in cui possiamo usarli come metro di paragone per ciò che possediamo e ciò che vorremmo possedere.
Un fiume di formiche impazzite che infesta una cantina umida e maleodorante, che la fa a pezzi cercando di farsi strada verso qualcosa che non sa e che, in fondo in fondo, non gli importa.
Vedere tutto, mangiare tutto, bere tutto, usare tutto e tutti.
La città, custode del tempo che passa, fiera di portare i suoi segni, ci tollera solo perché non può fare altrimenti e perché è sicura che moriremo tutti, inevitabilmente. Che ognuno di noi lascerà il suo percorso ansiogeno ad un altro volto sempre identico. L’architettura sembra dirci con condiscendenza che si, possiamo camminare, correre su noi stessi, ma che non raggiungeremo mai la verità. Gli edifici ci guardano con gli occhi stanchi e rassegnati di chi ormai ha visto troppo, ma non può decidere di non guardare. Ci vedono come noi vediamo i batteri: invadenti, utili ma molto più spesso dannosi, opportunisti e indebellabili.
Voglio diventare un palazzo. Solido, intaccabile ma indistruttibile. Superiore agli eventi esterni. Sollevato da ogni responsabilità in merito a dove l’umanità stia andando. Il nirvana senza tempo del cemento, dell’acciaio, della pietra.
Invece sono una formica che ogni tanto si ricorda di non essere cieca e, nonostante l’abbaglio d’una luminosa superficialità, aspettando che le macchie rosse si assorbano riesco a rendermi conto del brulichio che mi circonda. Le mie ignare compagne forse condividono a tratti i miei sospetti, ma non ne vedo traccia sui loro volti mentre mi aggiro in the city of blinding lights.
Non so più se siano le luci ad essere accecanti oppure i nostri occhi, le nostre menti, ad essere troppo tentate dal conforto della cecità.
Io voglio vivere con gli occhi aperti.

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So breakable...

Da ieri sera non penso ad altro che alla fragilità del corpo umano.
Alla velocità con la quale si può passare dall'esserci al non essere più.
A quanto sia strano svegliarsi un giorno, senza sapere che quel giorno sarà l'ultimo per qualcuno.
Di certo tutto questo porta con sé un'evidente banalità intrinseca, ma non è già stato detto che ciò che appare banale è, per forza di cose, più vero del vero?
Stamattina ho avuto paura di morire in un incidente d'auto, che mi cadesse in testa una tegola, ed ora, qui, di spegnermi e non alzarmi più da questa sedia. Sarebbe così improvviso e così facile, che il terrore mi assale.
Capita tutti i giorni dell'anno, e non ci penso mai. Ma ieri è capitato ad una persona che conoscevo, e alla quale volevo bene. Non posso dire che fosse un'amica, perché età, giri e rigiri, ci hanno spostate su traiettorie diverse.
Però era sempre un piacere incontrarla, scambiare due parole. Mi faceva sempre ridere, e non doveva nemmeno impegnarsi tanto.
La Contessa di Slèves rimarrà negli annali delle risate notturne, decisamente nella top ten.
Comunque ci ha aiutati a crescere, me ed altri amici più giovani, al tempo troppo giovani perché qualcuno riuscisse a trovare tutta la pazienza necessaria. Ma lei era paziente, simpatica, radicale, un po' pazza, disorganizzata, testarda, vulcanica e a volte anche un po' stronza.
Almeno, io me la ricordo così.
Non saprei dire se nel corso del tempo fosse cambiata, ma conoscendola com'era allora, non credo il margine fosse così ampio. Sapeva già chi era.
Un pensiero, al momento della lettura del sms che mi annunciava la sua morte improvvisa, è volato al Roma. Quelli di voi che non sanno chi fosse non hanno nemmeno bisogno di saperlo. Però si piacevano e si volevano bene.
Ovunque siano adesso, sicuramente avranno da parlare per un' eternità.

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Prospettive accidentate...

Secondo voi è possibile vivere serenamente al giorno d'oggi?
Al momento per me è impossibile!
Sarà che sono una che organizza, sogna, progetta e si fa film a lunghiiiissima scadenza.
Al momento mi manca il materiale.
Mi trovo in piedi sulle fondamenta friabili di una casa di legno bruciata. Vorrei fare un passo, o addirittura azzardare un salto, ma il pensiero che tutto venga giù, collassandomi addosso, mi frena.
Le scelte possibili sono tante: allora... vediamo... mi giro e rasentando il muro mi avvio verso l'uscita; oppure potrei piegare le ginocchia, darmi un'ardita spinta, e con un colpo di reni a mezz'aria sarei fuor di finestra; e se strisciassi sulla cenere, piatta come una sogliola, in modo da distribuire il mio peso in maniera uniforme su ciò che resta di quello che avevo?
La metafora può non apparire chiara, ma lo è!
La casa è una laurea triennale in lingue; il passo rasente, forse, un master di traduzione a Roma; il triplo carpiato, un sogno americano; in veste di verme mi accontenterò di ciò che trovo...
Vedete, adesso è chiaro anche per voi. Non è tanto l'arrivo ad essere scoraggiante (poiché, di fatto, ancora utopico!) ma il punto di partenza. Sento la mancanza di una base solida, di una pedana di cemento da cui tuffarmi nelle acque ribollenti del futuro.
Ma io faccio troppi sogni. Proietto troppo, e invece vorrei piroettare...
Chissà, forse finirò per arrendermi e, mentendo a me stessa, mi dirò che - in fondo - le rovine del passato sono un buon posto dove nascondersi, per non rischiare la vita.

Ma, per adesso, preferisco continuare a sognare!

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Lui & Lei

Com’è strano e confortante rivedersi negli occhi delle altre donne.
Com’è bello capire che alla fine, più o meno, gli alti e bassi di un rapporto sono equivalenti per tutte le coppie.
Non che ce ne manchino occasionali conferme, ma con noi femmine tutto ciò che avvalori la tesi di una vita felice - in discesa, tutto sommato - sfuma non appena l’esempio si consuma.
Perciò ogni volta restiamo incredule di fronte alle manifestazioni delle nostre amiche durante i crolli psico-fisici mensili (da attribuire a ormoni ballerini), o dopo reiterate provocazioni da parte dei loro compagni (queste da attribuire all’universo maschile!).
Come se a noi non fosse mai successo di avere reazioni palesemente esagerate rispetto alle azioni dei nostri partner ignari, o di piangere sentendoci colpevoli nel pulire un cesto di insalata.
Con questo non voglio dire che i maschi non ci mettano del loro per farci perdere le staffe. Questo fatto che cadano costantemente dal pero è sopportabile venticinque giorni al mese.
Gli altri cinque giorni, no.
Non puoi non sapere dove sono le posate in casa tua!
“Amore? Prova nel primo cassetto!”
Nooo, davvero? Ogni donna sa che, in qualunque cucina dell’orbe terracqueo presieduta da almeno una donna, le posate saranno nel primo cassetto.
E’ un dogma. Un concetto primitivo. Una legge non scritta che farà gravitare ogni donna attorno a quel cassetto, il giorno in cui la suocera - per la prima volta -  le chiederà di apparecchiare!
E questo vale per altre mille cose, ma l’elenco sarebbe troppo, troppo lungo…
Non oso citare la tavoletta del water, perché sarebbe come sparare sulla croce rossa! D’altra parte, se non ce la fanno… Basta che ci ricordiamo di farlo noi, per non poggiare le chiappine sulla gelida ceramica!
Ma la cosa veramente fantastica è l’egoismo dell’uomo italiano (sugli altri non azzardo certezze! ….magari ragionevoli dubbi…).
Mentre tu sai esattamente dove si trova ogni oggetto custodito nella vostra casa, rifai il letto ogni mattina, pulisci la stufa, scarichi il pellet, fai lavatrici, lavi ogni piatto a mano (non per fanatismo, ma perché non hai una lavastoviglie!), spazzi, aspiri, spesso cucini, trapani muri, vernici cancelli, pieghi vestiti, stiri camicie, mantieni vive (oltre alle piante) le pubbliche relazioni e porti avanti l’università, il tuo boy, con la solennità di un pope, ti chiede perché la cassetta della posta la deve svuotare sempre lui!

Una risposta giusta, come sempre in questi casi, non c’è. Provi a tentare una mediazione con la tavoletta del wc (vedi il compromesso del post precedente). Non attacca…
Ma poi pensi a quanto la tua vita sia più organizzata da quando c’è lui.
A quanto, alla fin fine, la sua capacità di amministratore (per quanto poco sfruttata, ancora) minimizzi il tuo stress per le scadenze. A quanto sia più facile, adesso che c’è lui, sforzarsi perché tutto vada secondo i piani.
E, soprattutto, a quanto gli sei grata perché grazie a lui, dopo due anni di attesa, ti ricorderai di prendere appuntamento col dermatologo!
Ti amo.

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Happy we will be beyond the sea

Come sempre le cose tornano a posto, giorno dopo giorno. Ma più le cose vanno male, più le donne (soprattutto loro!) si rifiutano di accettare compromessi.
Essendo però il compromesso la base di una duratura vita di coppia, che almeno non sia unilaterale!
Perché se io non ritiro la posta dalla cassetta, lui non pulisce le briciole che lascia intorno al tostapane; se io non recupero il tappetino della doccia steso fuori ad asciugare, lui non mette i calzini agli sporchi e così via all'infinito in un gioco folle di reciproche compensazioni.
Ma non possiamo prendere tutto questo con le pinze riservate ai mali transitori. It's not going to change!
Sarà una costante delle nostre vite.
Se si vuole indulgenza bisogna essere indulgenti!
E non crediate che le cose cambino se cambiate partner. Certo, gli oggetti del contendere saranno diversi nel particolare, ma il compromesso universale resterà lo stesso.
L'uno la piaga dell'altro...e Piaghini tutti i vostri cittini!!!
Ma l'amore romantico non esiste, o almeno esiste solo nell'inconsapevolezza della prima sbandante cotta di inizio rapporto.
Poi, la realtà!
Che è ben diversa, anche se non posso certo dire che sia migliore perché di fatto non abbiamo un' alternativa concreta...
Ci resta solo una possibilità: concentrarci su quanto di bello troviamo negli occhi dell'altro ed evitare di giudicare troppo male i lati negativi.
E che - maledizione! - qualcuno possa fare lo stesso con noi!

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Si comincia!

Non so se sotto l'influsso del film "Julie & Julia", ho deciso che l'idea che da tempo marinava nella mia testa - quella di avere un blog - forse non era proprio una scemenza.
Il pensiero continuo mi segue ormai da una settimana, ma perché mi risolvessi ad agire c'è voluta una giornata da dimenticare. Almeno per ora...
Uno di quei giorni da cancellare, così. In cui le critiche implicite non hanno nemmeno il lato positivo di essere costruttive. Quei giorni in cui la frase "Mi è crollato il mondo addosso" ha il consolante sapore di un dolce eufemismo.
Non c'è bisogno di descrivere i fatti, men che meno le sensazioni che, essendo esse soggettive, sono condivisibili solo se accennate.
Mentre, con il pianto prepotentemente in gola, salivo al quarto piano in ascensore, ho cercato una soluzione a questo male. A quel bruciore sotto lo sterno che fa soffocare.
Pensa, pensa, pensa... Forse l'ho trovata nell'autismo.
Vengo e mi spiego: non intendo l'autismo come forma patologica da autoindurre. Parlo piuttosto di un autismo di convenienza, o meglio, d'inconvenienza. Nel momento in cui il gioco si fa duro, che i giocatori corrano ai ripari!
Ogni dubbio che ci attanaglia, ogni sfogo di cui abbiamo bisogno, ogni idea controversa, ogni folle sogno deve trovare spazio dentro di noi.
Se poi, fuori, l'audience fosse disponibile e clemente tanto meglio. Ma in mancanza di qualcuno, meglio noi stessi che nessuno.
Direte voi che sono l'incredula scopritrice dell'acqua calda. Però avere chiaro tutto ciò con davanti un muro grigio...
Serve una forte concentrazione, una grande determinazione.
Crogiolarsi nel dolore è lecito, spesso terapeutico, ma bisogna sempre avere gli strumenti per uscirne!

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