Racconti

The inconspicuous fig tree

Me ne sto qui al mio posto, in questo giardino. L’uomo che mi ci ha portato, che sia benedetto, si è sempre preso cura di me. Sono anche certo che sia fiero del suo lavoro, quando mi guarda da dietro i suoi buffi occhiali, con quel sorriso storto.

Potrei dire che mi sento solo quando non esisto nei suoi occhi, ma comincio a farmi degli amici. Gli uccellini di passaggio ora si appoggiano a me, le formiche si arrampicano, le api mi sfiorano piano, i lombrichi mi accarezzano le radici, le mosche trovano riparo da sole e pioggia abbarbicate sotto le mie foglie.

Quando sono arrivato, d’inverno, non ero così. La mia vita nel vaso era bella, tranquilla. Venivo spostato ogni tanto, se serviva. Ma ero talmente impegnato a crescere che non mi domandavo come potesse essere la vita nella terra – intendo nella terra vera – e il vaso mi bastava.

Poi, un giorno, tutto è cambiato: capivo dagli scossoni che non si trattava di uno degli spostamenti di rito. Mi sono ritrovato in uno spazio angusto, quasi buio, con poco ossigeno. L’aria aveva una composizione diversa: anidride carbonica di tanti respiri e il sale del mare lontano quasi assente. Non posso dire che sia stata una bella esperienza, ma di certo la sensazione era nuova. Gli scossoni sono tornati. Mi stavano spostando di nuovo. Il ritorno alla luce e all’aria aperta. Il sole addosso, ancora, finalmente. I raggi caldi mi riscaldavano la linfa e avevo la certezza che ormai nulla sarebbe andato storto. Ero tranquillo e sereno, di nuovo per terra, sempre nel mio vaso.

Ma non avete idea dello sconvolgimento che avrei provato di lì a qualche giorno…

Non avevo fatto ancora in tempo ad abituarmi alla mia nuova collocazione, che mi stavano spostando di nuovo!

Ma stavolta era strano parecchio, una cosa mai provata prima: mi sentivo tirare e le radici gemevano un poco nel tenersi stretta la terra – ah, non l’avrebbero lasciata andare facilmente! – mentre mi spostavano ancora. Poi ero di nuovo per terra e qualcosa mi faceva il solletico. Sentivo cadermi vicino mucchietti di terra, e ogni piccolo tonfo mi percorreva la linfa in un brivido che arrivava fino alla punta dei rami. Poi è arrivata una strana pressione tutta intorno al mio esile fusto e poi – ah, poi! – lo scroscio dell’acqua abbondante, copiosa, fresca, dolce. Che meraviglia! E soprattutto dopo, la terra umida e fredda. Perfetta. Senza ristagni da nessuna parte. E allora ho pensato “Fermi tutti! Che fine ha fatto il mio vaso?”. Il trauma della novità però è stato addolcito dalla sensazione di non avere più confini, di poter finalmente stiracchiare le radici a volontà, fin dove potevo arrivare.

Ed è proprio quello che ho fatto, da allora. A prima vista ero un virgulto timido che non si faceva troppo notare dalle persone che passavano per il giardino. Addirittura, la maggior parte di loro non mi notava, guardandomi quasi attraverso durante il tragitto fino a casa.

Non mi sono mai offeso più di tanto, in fondo mi stava anche bene così. Questo nuovo ruolo di pianta messa a dimora richiedeva tutta la mia attenzione di giovanotto e non avevo certo bisogno di preoccuparmi del mio aspetto sgraziato e d’impatto modesto. Ero troppo impegnato a distendere le radici, ad accomodarmi nella mia nuova enorme casa, piena di animaletti, di altre radici da intrecciare, sormontare, soffocare. Conoscere. La varietà di questa nuova vita mi aveva in pugno.

Il mio umano si è sempre preso buona cura di me durante questa crescita biologico-spirituale, non volendomene mai per la mia poca avvenenza, anzi amandomi perfino di più, intenerito da questa mia tendenza involontaria e intrinseca a passare inosservato. Era come se solo lui mi vedesse e così io fossi solo suo.

Ma le cose cambiano, e la mia vita era a una svolta decisiva.

Ho aspettato il momento esatto, né un giorno in più né uno in meno, per dare inizio alla trasformazione. Devo ringraziare la terra, l’aria, il sole e gli insetti per i loro ottimi consigli. Non ce l’avrei fatta senza il loro aiuto.

“Adesso!”, mi sono detto e, stufo di non essere visto, ho iniziato a protendere tutto ciò che avevo immagazzinato durante l’inverno. Basta radici, basta connessioni, basta lombrichi! Ora voglio fare l’amore con le api. Voglio una tresca tra il sole e le mie foglie. Voglio che, all’improvviso, tutti si accorgano di me!

Cambiare è stato bellissimo. Puntare i rami verso il sole e impegnare tutta l’energia di cui ero capace nelle gemme, sapendo che sarebbero diventate foglie, fiori e frutti dolcissimi. Non avete idea dell’estasi della sensazione!

L’unica cosa che mi preoccupava era che il mio umano potesse sentirsi tradito, che potesse pensare che avevo infranto il patto silenzioso di contemplazione discreta che ci legava. Ma poi, quando ho sentito l’abbraccio del suo sguardo fiero e soddisfatto, ho capito che era esattamente ciò che si aspettava da me e che l’amore con il quale mi guardava quando ero piccolo e invisibile non era la presa di coscienza del mio stato d’allora, ma la fiducia estrema che – grazie al suo amore incondizionato – sarei riuscito a esprimere tutto il mio potenziale.

Allora sono stato pienamente e immensamente felice.

 


Hazel & Jade

“Forse dovremmo smettere di parlare con la gente. Preferisco parlare con le persone.” dice Hazel, schiacciando il mozzicone della sigaretta con lo scarpone.

Jade la guarda negli occhi. Lo fa sempre.

“Fumiamone un’altra e poi rientriamo…” dice Jade con un sorriso, stringendosi nell’enorme sciarpa colorata, quella che porta sempre.

Fumano un po’ in silenzio, pensando alle cose che si sono dette e a quelle che ancora hanno da dirsi.

Hanno molto in comune. Condividono una lunga serie di esperienze, differenti nella manifestazione ma di intensità comune. Dal primo momento in cui si sono conosciute hanno sentito, senza capirla del tutto, la presenza di un forte legame. Si sono viste, reciprocamente, per ciò che erano. Sapevano, ancora prima di iniziare a raccontarsi, che l’altra aveva già capito tutto, senza bisogno di parole.

Ad Hazel non capitava spesso di incontrare persone da cui si sentisse compresa, al di là di ogni giudizio o vizio di interpretazione. Poteva contarle sulle dita di una mano. Era certa che per Jade fosse lo stesso.

“Quando parlo con te mi sembra di essere normale!” ridacchia Jade.

“Che culo!” dice Hazel, ridendo, “Mai avrei pensato che qualcuno, conoscendomi, avrebbe avuto l’impressione che sono sana di mente. Visto? Nella vita non si può mai sapere.”

Da qualche minuto una pioggia sottile e tagliente ha cominciato a cadere dal cielo grigio, ancora luminoso. Si affrettano a finire le sigarette e corrono dentro. Prendono posto a uno dei tavolini del bar. È deserto e le signore stanno ripulendo il disastro lasciato dalle orde barbariche del pranzo. La radio è spenta, per fortuna. Non ha mai condiviso le scelte di stazione del personale del bar dell’università. Biagio Antonacci all’ora di pranzo (ma anche in generale nella vita) non le sembra la scelta migliore. Magari avrebbe dovuto saltare dietro al bancone, trovare Virgin radio e vedere se qualcuno ci faceva caso.

Il silenzio della radio però non ha eccessivi meriti, anzi sembra quasi che amplifichi il rumore stridente delle sedie trascinate al loro posto svogliatamente dall’addetta alle pulizie. Insomma, lo scenario è piuttosto sconfortante. Fuori pioggia, dentro rumore.

Jade è riuscita a farsi fare un caffè e un latte macchiato e li sta portando al tavolo. Hazel si sente come se fossero due intruse nei confini fisiologici della vita del bar.

“Davvero pensi di andare via?” dice Jade.

“Pensarci ci penso, ma poi non so se ce la farò.” Risponde Hazel, “Ancora non la vedo come una cosa reale. Non del tutto almeno. Mi sa che devo ancora abituarmi all’idea, ecco… E poi ho paura di lasciarmi alle spalle troppe cose, troppe persone. Non lo so…”

“Secondo me dovresti. Le persone che tengono a te non le perdi certo perché te ne vai. Io non vedo l’ora di finire, qui, per vedere di andare da qualche altra parte.” dice Jade, che non ha smesso per un secondo di girare il latte macchiato.

“Tuo padre?” chiede Hazel.

“Non lo so. In realtà non mi interessa più di tanto approfondire. Non credo che andrò da lui, se mai dovessi cercare qualcosa fuori. Te l’ho detto. Per quanto mi riguarda è tutto abbastanza chiaro. Diciamo che le cose che prima vedevo come un mio problema hanno riacquistato una loro identità. La mia prospettiva sulla cosa è molto più sana. E il tuo?”

Anche se è quattro anni più giovane di lei, ad Hazel non pesa la differenza anagrafica. Anche se ha qualche esperienza in più di Jade (solo in alcuni campi della sfera emotiva) non avverte la minima differenza nell’ambito della maturità personale. Il pensiero che non sia una sua coetanea non la sfiora mai. Anzi, in realtà, quando è con lei, il pensiero stesso dell’età non esiste. Esiste la specularità degli eventi e delle reazioni; la comunione del dolore e della difesa di sé; la stessa esigenza di non prendersi troppo sul serio; la diffidenza innata, ma non troppo difficile da abbattere; la gioia di vivere che, nonostante tutte le avversità, è dura a morire.

“Anch’io ho chiarito molte cose, col mio. Diciamo che ora sono più tranquilla, almeno sulla mia posizione in tutta la storia. La cosa che un po’ mi dispiace è non avere una chiara visione d’insieme. Ero troppo piccola per capire e ormai è troppo tardi per non farmi influenzare dalle opinioni degli altri. Capisci? Che domanda del cazzo, certo che capisci. Tu capisci sempre!”

Jade esplode in una delle sue risate parossistiche e contagiose. Non conoscendola molti potrebbero pensare che sia una sciocca biondina e a lei sta anche bene così. Non ha mai avuto bisogno dell’approvazione degli altri. Hazel invece l’ha voluta, l’ha aspettata per molto tempo, credendo che fosse essenziale per sopravvivere. Ma non appena l’ha ottenuta si è resa conto di non averne affatto bisogno.

“Che fai questo week end?” chiede Hazel, per allontanare il pensiero dalla miseria del suo fine settimana.

“Non lavoro, quindi credo che starò a casa a leggere un libro o a vedermi un film…” risponde serena Jade. Ha finito il latte macchiato e si sta facendo una sigaretta.

“Mi sembra un bel programma! Andiamo a fumare?” dice Hazel.

“Certo!” esclama Jade con un sorriso.

Fuori non piove più, ma l’odore delle foglie e della terra bagnata, dell’asfalto umido, del muschio è tutto intorno. Gorgoglii sommessi di grondaie ansiose di mettersi in pari col lavoro. Il gocciolìo corposo delle gocciolone, somme di goccioline, che saltano dai rami nudi verso le sorelle già distese per terra, sui parabrezza delle macchine, sui sellini dei motorini, sui tavoli, sulle panchine.

La sensazione caldo-umida della quiete dopo la tempesta. Un merlo si arruffa, saltella, si liscia le penne. Dopo uno sguardo spicca il volo in un raggio di luce.

Sorridono e si guardano. Hanno entrambe apprezzato l’ironia della scena. La natura metaforica onnipresente nella percezione umana dei fenomeni naturali.

“Ci sei domani?” chiede Hazel.

“Sì, certo.” Risponde Jade.

“A domani, allora!”

“A domani!”

 


Copiando Hemingway

Era tardi e tutti se n’erano andati dal caffè, meno un vecchio seduto nella zona d’ombra che le foglie dell’albero formavano sotto la luce elettrica.
La serata non era né calda né fredda. Era mite. Il tremolio delle foglie disegnava la faccia  vecchio.
Qualcuno gli aveva detto di aspettare, ma non ricordava chi.
L’unica cosa che gli era concessa dalla demenza senile era il ricordo di dover attendere, privo del dubbio sull’oggetto dell’attesa.
Scacciò una mosca insistente per la millesima volta, per lui eternamente la prima, e bevve dal bicchiere di spuma sul tavolo.
Non ricordava che fosse così buona.
Si perse per un po’ ad ascoltare i grilli.
Il suo aspetto ordinario non tradiva nulla del suo passato. Una vita che poteva dirsi piena, vissuta con orgoglio e ostinazione. Una carriera militare senza macchia, alla quale aveva sacrificato tutto.
Di nuovo la mosca, “Toh, una mosca!” pensò.
Stirò le braccia e bevve un sorso di spuma. Non ricordava che fosse così buona.
Gli faceva venire in mente qualcosa! O no…
“At-tenti!” e dov’era Maria? Persa, persa per sempre nella sua testa che funzonava a singhiozzi.
La ritrovava a volte, ma poi dimenticava.
Non le aveva detto di aspettarlo, che sarebbe tornato?
E lei lo aveva fatto, poi?
Di nuovo la mosca, e la spuma.
Non ricordava che fosse così buona.
Sentì un rumore: “Maria!” gridò.
Sentì il battito accelerare mentre un’ombra si avvicinava al suo tavolo.
Si portò una mano alla gola, afferrò il bicchiere, trattenne il respiro.
Guardava negli occhi uno sconosciuto.
Si mise a singhiozzare e si bagnò i pantaloni.
Il giovane lo guardò con compassione: “Andiamo a casa, papà”.


Sull’orologio

Non è solo un orologio, è di più. Mi protegge, ricordandomi dove sono mentre fluttuo senza peso nello spazio che mi circonda.
Suona se risalgo troppo in fretta e rischio di giocarmi i polmoni.
Segna la temperatura dell’acqua.
Calcola il tempo di immersione e l’azoto residuo.
È un computer subacqueo e il suo compito è non farmi perdere il contatto con la realtà.
Perché sott’acqua sono in trance.
Mi muovo in assetto neutro fuori dal tempo.
Se inspiro forte salgo, e lui lo sente. Se espiro, collassando fino all’ultimo alveolo per planare lungo una prateria di Posidonia, lui è con me.
Ho sessantacinque anni. Sono quarant’anni che vado sott’acqua. Ma il mio istinto non è sufficiente.
Non bastano le scaglie lucenti dei pesci a ricordarmi che questo, in fondo, non è mai stato il mio posto. Non bastano le smorfie delle murene. Non basta la leggerezza di una lepre di mare.
Eppure questa è casa mia.
Sotto, il blu scuro; sopra, l’azzurro lucente di una mattina di primavera.
In mezzo io, nello spazio trasparente dell’estasi.
BIP! BIP!
Mi dice che sto scendendo troppo, ma l’avevo già capito dalle orecchie.
Compenso.
21.3 metri.
È tanto che sono sotto, non voglio risalire. Non ancora.
Questa è casa mia.
Le alghe e i ricci mi sentono passare. O no?
Compenso di nuovo.
27 metri.
C’è sempre meno luce e se non ne avessi viste così tante non riconoscerei la rana pescatrice che sonnecchia su una cengia.
Nemmeno lei mi vede.
BIP! BIP!
Mi avverte che sono quasi al limite del tempo di non decompressione.
So anche questo. L’avevo previsto.
Continuo a scendere.
BIP! BIP! BIP! BIP!
“All’aumentare della profondità diminuisce il tempo di non decompressione”.
LO SO! QUESTA È CASA MIA!
Finalmente raggiungo il fondo. 35 metri.
Il computer è impazzito, ha capito che non può controllare la mia vita.
Lo spengo.
E mi siedo.
Tolgo l’erogatore. Tengo la maschera.
Mi rilasso e aspetto.
Voglio morire a casa mia.


Senza cuore

A lui non gliene fregava proprio un cazzo. Di niente.Faceva quello che doveva fare. Certo, avrebbe preferito dover andare con qualcun altro, ma perché affannarci per influenzare variabili sulle quali non abbiamo il controllo...

Avrebbe fatto tutto senza sapere niente, pensò mentre guardava il mattino nebbioso incorniciato dalla finestra della sua stanza. Si alzò dal bordo del letto e con passi incerti e pesanti raggiunse il panorama.

Si sentiva ubriaco. Rilassato.

Percorse con la punta dell'indice un groviglio sul vetro. Niente condensa. Solo nebbia schifosa. Il clacson lo riscosse dai suoi pensieri. Si destò in un attimo. Schiena dritta, movimenti rapidi, passo regolare. In un secondo era fuori.

Il silenzio ottuso della nebbia rendeva tutto un rumore di fondo. La sua bocca fumava nel pallore spettrale. 

Salì sull'auto e si tolse il berretto. Strinse la mano al suo compagno. Era calda e sudata, il posacenere gonfio di cicche. Andiamo bene, pensò.

"Allora chessidice?", gli chiese l'altro.

"Le solite..." rispose mentre pensava "che domanda del cazzo!". Reclinò leggermente il sedile, per stare più comodo. "Andiamo alla barriera di Milano sud." disse.

L'altro si mangiava le unghie e parlava sputandone minuti pezzetti verso il cruscotto. Lui non ascoltava. Non gli interessava. Voleva solo prendere il pacco e consegnarlo, aspettare i soldi e partire per non tornare mai più.

Lo aspettava il futuro.

Una banalità del genere avrebbe potuto dirla sua madre.

Mancava poco e il tizio accanto a lui andava ancora a macchinetta. Accese la radio e l'altro chiuse la bocca, finalmente. Arrivarono che iniziava il giornale radio delle sette. Aveva sempre amato la precisione. 

Il suo compagno tamburellava con le dita della mano sinistra sul volante e, chissà perché, con la destra stringeva il freno a mano.

"Ma tu lo sai che c'è nel pacco? Cioè, tipo... Chessarà? Daddove viene? Dove va?"

Si... Dire, fare, baciare, lettera e testamento, pensò mentre si chiedeva dove avessero pescato un simile rompipalle.

"Non lo so e non mi interessa. Faccio il mio lavoro, punto e basta.", rispose educato.

"Maccome non ti interessa. Cioè è impossibile! Nemmeno un pochino? E se fosse qualcosa, tipo, chennesò, di pericoloso. Fai un virus letale. O una bomba. Io stanotte non ho chiuso occhio. Anche ora mi cago un po' in mano..." Gesummiomisericordia. Anche coniglio! Non vedeva l'ora che fosse l'indomani. Gli disse di stare tranquillo e che non c'era niente di cui preoccuparsi. Poi gli chiese di fare silenzio. I fari del tir riflessi nello specchietto li accecarono per un istante.  Eccoci! Il camionista scese dall'abitacolo con l'elasticità di un contorsionista e, con passo molleggiato, si diresse verso la loro auto.

"Ecco il pacchètto", disse. "M'han dètto di dirvi che dovete far présto perchè la tipa parte oggi. Ok?"

"Ok"

"Bella!"

Un altro cazzone che faceva il paio col suo compare. Spense la radio e reclinò il sedile. Voleva dormire. Chiese all'altro di fare silenzio, di nuovo. Non avrebbe immaginato, mentre russava su quel sedile, di essere un tassello della vendetta perfetta.

Stava portando ad una ragazza triste il cuore di pietra di suo padre.  


L’isola delle vedove

A La Isla de las Viudas non faceva mai freddo.
Il clima si alternava affidabile: caldo secco e caldo umido.
A Viola andava più che bene. In fondo non era andata fino in Nicaragua per il clima, anche se non le dispiaceva di certo.
Era partita, otto mesi prima, per diventare parte di qualcosa. Per avere un progetto.
Per dimostrare alla se stessa di dieci anni prima che quella bambina viziata non esisteva più (a meno che non facesse freddo!).
Il Nicaragua, perciò, era perfetto per allevare la parte migliore di lei.
“¿Como estas?” chiese Viola a Francisca, che aveva perso il figlio pochi mesi prima.
Come vuoi che stia, avrebbe voluto rispondere il dolore della donna. Ma, in fondo, non era colpa di Viola se avevano ucciso suo figlio.
“Bien…” rispose, col sorriso sulle labbra e gli occhi, profondi, che andavano per conto loro nella direzione opposta a quella cui il cervello aveva forzato la bocca.
Viola capiva, sempre. Tutto.
Non credeva che sarebbe mai stata la persona che era oggi. La donna forte che opponeva la determinazione al compromesso.
Era appena tornata dall’Italia, dove aveva dedicato le sue vacanze a raccogliere fondi per mandare avanti la comunità, ancora per un po’.
Doveva incontrarsi con Jason per sapere com’era andata la riunione con i dirigenti della fabbrica.
Se solo avessero ridotto gli orari e migliorato le condizioni di lavoro, nessuno degli uomini della comunità sarebbe più dovuto morire di stenti.
Per preservare i loro reni dalla malattia cronica che li affliggeva bastava solo che li lasciassero bere.
Non le sembrava di chiedere troppo.
“Hi V!”
“Hi JJ.”
Si salutarono.
“Com’è andata?” chiese lei, portandosi d’istinto entrambe le mani al cuore.
“Ce l’abbiamo fatta!” rispose lui, con le lacrime che rigavano il sorriso sottile.
Sentì una musica e si sveglio di soprassalto. Le 5:40 di mattina. Il telefono squillava. Era Jason.
Biascicò un “pronto” felice di crogiolarsi negli strscichi del sogno.
“Sono uscito desso dall’ospedale, V. Marcos non ce l’ha fatta...”